Quando il carcere non serve. Ornella Favero racconta le conseguenze della Fini–Giovanardi


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di Sofia Reatti

“La cosa disastrosa è che ho visto entrare ragazzi giovani per possesso di una piccola quantità di hashish e l’impatto con il carcere è devastante, perché il carcere può anche diventare una scuola di criminalità”, questi sono gli effetti che la Legge Fini-Giovanardi ha avuto sui carcerati tossicodipendenti secondo Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, la rivista che fa informazione sui temi della detenzione, raccontando le storie dei detenuti.
La Fini – Giovanardi, dichiarata incostituzionale lo scorso 12 febbraio, aveva abolito la distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti prevista dalla precedente Jervolino-Vassalli. La legge prevedeva pene più severe per lo spacciatore di hashish, che rischiava infatti la reclusione dai 6 ai 20 anni, contribuendo certamente al sovraffollamento delle carceri.
Nel nostro ordinamento la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, ma la detenzione sembra servire poco al tossicodipendente, al piccolo spacciatore o al consumatore di marijuana, anzi, per niente, secondo la Favero, testimone privilegiata di queste persone e portavoce dei loro racconti “il carcere non è né una pena né un rimedio per questo tipo di reati perché la persona tossicodipendente può anche stare un periodo senza farsi, ma quando esce comunque è la dipendenza psicologica quella più drammatica, quindi la prima cosa che fa è ritornare a farsi e quindi tornare a commettere reati per pagarsi la droga”. Alcune persone uscite dal carcere le hanno confidato di aver assunto sostanze di nascosto prima di tornare a casa, e sul punto la posizione della giornalista è chiara: “la persona esce nelle stesse condizioni, se non peggio, di quando è entrata. Aggiungiamoci, effetto sempre della Fini-Giovanardi, io ho visto i suicidi in carcere di persone giovani, o lo sballarsi con il gas, che io non lo so se fosse per un suicidio o per volersi sballare, ma quando una persona è ridotta a questo, una persona giovane, vuol dire che proprio c’è un disagio, una disperazione. Questi sono stati gli effetti della Fini-Giovanardi.”.
Il carcere non è la soluzione, “bisogna pensare a pene diverse, io non dico che bisogna lasciarli tranquillamente liberi, ma accompagnarli a un percorso in comunità, oppure un percorso terapeutico che gli permetta di affrontare il tema della tossicodipendenza, da cui derivano i reati, e poi bisogna lavorare sulla prevenzione”.
Legalizzazione o proibizionismo? Nel resto del mondo si assiste a una progressiva apertura verso la prima, dai coffee shop in Colorado in cui si può acquistare marijuana per uso ricreativo e terapeutico ai cannabis social club spagnoli, associazioni in cui la si può coltivare, fino all’ Uruguay, il primo paese ad aver legalizzato la cannabis, regolandone produzione, consumo e vendita. E in Italia cosa succederà? “la speranza è che facciano una buona legge, perché non è che tornare a quella vecchia risolve i problemi. Anche la Jervolino Vassalli non era una legge aperta, che capisse, e che lavorasse sulla prevenzione, ancora abbastanza punitiva punto e basta. Bisogna pensare a fare una nuova legge”.

Articolo pubblicato su Piazza Grande, il giornale di strada, nr. 3/2014

Approfondimenti, Video intervista Ornella Favero.


 

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