Peppe Dell’Acqua: la certezza della pena restituisce dignità alla persona, la libertà è terapeutica.


dellacquadi Maurizio Tonellotto

«…La libertà è terapeutica è una frase che continua a starci a cuore ed è la ragione per cui in tanti continuiamo a lavorare, a fare breccia, per buttare giù quest’ultimo muro che sono gli OPG…»

A parlare è Peppe Dell’Acqua, psichiatra, classe ’47, salernitano d’origine ma friulano d’adozione. Allievo di Basaglia ed iniziatore, assieme al suo maestro e ad un ristretto gruppo di menti illuminate, di quel modello triestino che ha ridato dignità ai malati psichiatrici.

Quella frase era scritta a caratteri cubitali sui muri dell’ex manicomio di Trieste ed in fondo è l’essenza dell’idea che i percorsi terapeutici non possono essere efficaci se coercitivi.

«…per libertà bisogna intendere restituzione di diritto, ritorno o comunque ingresso nella cornice costituzionale per le persone che soffrono di disturbi mentali ed a maggior ragione, per quelli che soffrono di disturbo mentale ed hanno commesso un reato. Ricordo anni fa un convegno aperto dal Cardinal Martini che partiva da uno slogan che faceva il verso al nostro, ovvero: “La cittadinanza è terapeutica”. Sono questi i punti fondamentali: libertà e cittadinanza, i diritti ed i bisogni primari, la libertà e quindi i bisogni radicali, restituire dignità, possibilità di innamorarsi, di sognare, tutto questo è terapeutico…».

La legge che prevede la chiusura degli OPG ha introdotto nuove strutture, le Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza Sanitaria, REMS, quali le differenze in termini terapeutici e di recupero per i pazienti condannati?

«Queste strutture così come sono state pensate dal legislatore, in realtà non hanno nessuna differenza dagli OPG, dovrebbero essere soltanto più piccole e nella fantasia di chi ha scritto quella legge, più belle, meglio arredate e più ‘sanitarizzate’. Anche se fosse così non cambierebbe molto. Allora mi domanderà, qual è la soluzione?

In realtà non è tanto la sporcizia o il sovraffollamento degli OPG, il vero problema è l’insensatezza colossale che questo istituto ha….nel come si entra, nel come si perdono i diritti, nel come non si esce e nel come si esce, forse, un giorno. E’ tutto un meccanismo insensato che nasce da una preposizione ideologica che è quella di dire che il malato di mente non è in grado di intendere e di volere, non ha responsabilità. Quando togliamo responsabilità ad una persona la riduciamo all’inesistenza. Anche con le REMS non si restituirebbe responsabilità, non si restituirebbe diritto. Il problema però è capire quanto siamo in grado di spostare le risorse sul rafforzamento, l’ arricchimento e la presenza nel territorio dei Servizi Dipartimentali di Salute Mentale. Riuscire a garantire la presa in carico di questi cittadini che hanno bisogno di cura, tanto quanto quelli che non hanno commesso alcun reato.

E le Residenze sanitarie psichiatriche?

«Guardi a costo di sembrarle radicale, posso dire che in Italia dopo la legge di riforma c’è stata un’accesa discussione riguardo al concetto che la cura e la riabilitazione delle persone con disturbo mentale si facesse solo all’interno di strutture. In realtà quel cambiamento di 35 anni fa presupponeva e presuppone, come il “modello triestino”, lo spostamento della cura e della riabilitazione nei luoghi della vita e non all’interno di luoghi speciali; nei luoghi delle relazioni, dei contesti…e allora ben venga il lavoro, la famiglia…invece che strutture Servizi di Salute Mentale, presenti ed attivi, che possono prendere in carico quelle persone attraverso un progetto terapeutico riabilitativo individuale, di vicinanza….tutto questo ridurrebbe drasticamente o addirittura azzererebbe la presenza e la necessità di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Oggi a Trieste negli OPG non c’è nessuno, nel Friuli che più o meno attua questo modello, c’è il numero più basso di presenze rispetto all’intera realtà nazionale.

Le Residenze Protette stanno alle REMS come quest’ultime agli OPG: rotto il grande istituto manicomiale ne abbiamo creati tanti altri, magari più piccoli, più belli, meglio ma sempre eccessivamente strutturati.

Le Residenze, le strutture, non sono ne terapeutiche ne riabilitative. Oggi dopo 35 anni le persone nella maggior parte dei casi permangono negli OPG per periodo indefinito, siamo arrivati a 25 -30 anni. Non vi è una reale attività terapeutica, sono delegate dal Pubblico ad una gestione privata che, se va bene, sono delle buone cooperative, ma se va male sono privati che non hanno le necessarie competenze. In ultimo queste Residenze costano tantissimo, coprono il 70-80 % dei bilanci per la salute mentale delle regioni. Si spendono 5-6000 euro al mese a posto letto per negare l’esistenza delle persone. Spendendo gli stessi soldi si potrebbero fare progetti differenti: microeconomie sociali, progetti individuali, far lavorare queste persone all’interno di cooperative con percorsi assistenziali e riabilitativi di tutt’altra natura, con un Dipartimento di Salute Mentale forte e capace di tenere la regia di tutti i progetti e di tutti gli interventi… ed il pubblico non dovrebbe più delegare nulla!»

Dunque una delle soluzioni che propone non è internare ma affiancare il paziente, lasciarlo nella sua quotidianità?

«Per carità, non solo lascialo a casa sua, ma anche in un gruppo di convivenza … noi pensiamo che il concetto di restituire i diritti significa restituire ad una persona il diritto ad essere processato e dunque significa anche la possibilità di essere punito. La pena può essere erogata e scontata, dovremmo però essere noi a capire se questa pena per il furto, l’omicidio etc. , dovrà essere il carcere… questo, guardi, non è scandaloso, perché si possono curare le persone in carcere…non è che negli OPG si curano meglio le persone anzi….sono proprio i Servizi di Salute Mentale che dovrebbero entrare nelle carceri.

In questo modo le persone potrebbero essere titolari di un progetto terapeutico, essere affiancate in un percorso, sotto la forma per esempio di una misura di sicurezza come la libertà vigilata… andare a lavorare alla mattina, al centro di salute mentale al pomeriggio… al gruppo teatrale o agli allenamenti di calcio ma di seguire le indicazioni terapeutiche del medico del Centro…. Consideri comunque che tutto questo è già stato ribadito dalla Corte Costituzionale con due sentenze nel 2002 e 2004, dove viene detta una cosa molto semplice e forse banale, e cioè “una persona privata della libertà personale, a qualsiasi titolo, ha diritto alla cura come un qualsiasi cittadino libero”… per quale ragione i detenuti comuni vengono curati come le persone non detenute, mentre un cittadino, che ha commesso un reato e presenta un disturbo mentale, deve essere curato con uno strumento e all’interno di un luogo che abbiamo dichiarato come non terapeutico e dannoso come l’OPG? Fermo restando che il progetto terapeutico deve prevere si le cure e la riabilitazione ma anche la garanzia della sicurezza sociale! »

Quindi certezza della pena e detenzione, ma in questo modo non si rischia, inserendo nelle carceri persone con disturbi mentali, di creare sezioni speciali e dunque ritornare al concetto dei vecchi manicomi?

«Rimanere in carcere ed aver bisogno di cure psichiatriche è senz’altro qualcosa di diverso che andare nei manicomi criminali anche nel caso si facesse una sezione speciale. In carcere io continuo ad essere una persona, ho il diritto ad essere un cittadino, ho diritto alla certezza della pena anche se sono all’interno di un percorso terapeutico mirato. Il concetto di fondo, banalizzando è questo: chi commette un reato va in carcere, dal carcere se è necessario viene curato sino a che non esce o va in una delle REMS, che dovranno essere poche e specializzate e da qui si va a strutturare un programma veramente riabilitativo: la permanenza nelle REMS avrà un carattere di temporaneità, da 18 sino ad un massimo di 33 mesi . Con la certezza della pena e delle terapie io ridò dignità alla persona. »

 

Articolo pubblicato sul numero di Maggio di Piazza Grande